Sulla quarta corda

Rivista di scrittura in verticale

Se il romanzo è un corpo pubblico

Brama, di Ilaria Palomba

Monica Pezzella

L'ultimo romanzo di Ilaria Palomba si chiama Brama (Perrone editore) ma né la storia né il titolo intendono raccontarci soltanto la caotica relazione tra Bianca, giovane scrittrice, e Carlo Brama, autore di affermato talento il cui genio, gettandola nella disperazione, le ha insegnato più di ogni altro essere umano a stare al mondo.

Se ne parliamo sulla Quarta corda, uno spazio dedicato alla scrittura in verticale, è per questo: a cominciare dal titolo, Ilaria Palomba scava, si muove su più livelli, e sfida chi la legge ad arrischiarsi in una missione archeologica; o in una riesumazione delle zone profonde.

Nelle zone profonde c'è un corpo pubblico. Ce lo ha messo l'autrice: con le parole scritte, lo ha plasmato e adagiato lì, in una solitudine oscena.

Il lettore ha il compito di rivangare il terreno più che smontare e decodificare una sovrastruttura. Come in tanta narrativa italiana, una trama non c'è, ci sono mozziconi di fatti, cenni diaristici di vita vorticanti in una spirale coerentemente folle. Se ciò dà adito al timore che l'autrice non vada oltre "il rivoltarsi di una macilenta interiorità", Ilaria Palomba riesce ad aggirare questo rischio, e lo fa proprio grazie all'estremo che ha l'ardire di toccare e mostrare, e con cui compensa la mancanza di una vera costruzione.

Evidente è che in Brama l'estremo e la scrittura (tendente all'estremo) sono "un'irrimediabile vocazione", e un'irrimediabile vocazione è forse la motivazione più umana di uno scrittore e una strada a senso unico verso la verticalità. Una discesa in cui anche i tempi verbali seguono la distanza delle immagini, delle inquadrature, più che le distanze temporali: la scrittura è in grado di essere non solo narrativa, ma visiva, prospettica. In un'unica scena il tempo passato è il visivamente lontano, il presente è il visivamente vicino: scompare la consecutio temporum, subentra l'obbiettivo che si allarga e si stringe, e rende una prospettiva materiale che tralascia il livello sintattico; anzi, lo eleva. 

Non è da tutti, per niente, guardarsi (con terrore), prendersi (con terrore) e ricostruirsi in altra forma (qui, in forma scritta) per poi riguardarsi (estranei a sé stessi, con terrore).

"Su quel divano una volta gli sono salita addosso e gli ho detto: Sei mio e ti faccio tutto quello che voglio e si stava lasciando andare, si stava lasciando prendere a occhi chiusi mentre lo scopavo come una valchiria, mi piaceva guardarlo, lui non guardava, chissà cosa pensava, chissà cosa sognava e poi mi sono stancata, mi faceva male la gamba sinistra e mi sono separata da lui, ha scoperto il gioco di ruolo invertito, non ha voluto continuare e siamo andati a dormire".

Brama, nella sua forma involuta ma tesa oltre il limite, è un paradosso. Ilaria Palomba racconta il tormento di "non essere vista", la brama/la fame dilaniante di chi esiste solo "in quanto desiderio di qualcuno [ma un qualcuno che non è qui e non ci sarà mai]" in un'opera che è il coraggio di farsi vedere. Non un grido d'aiuto, esattamente l'opposto: un atto contro di sé, un'azione di forza, una sfida in cui sfidante e avversario coincidono.

Bianca vive in una camicia di sforza, un vincolo che la trattiene sospesa tra l'annientamento di sé (il suicidio) e la ricerca del sé (l'istinto alla vita), annichilita da benzodiazepine, stabilizzatori dell'umore e antidepressivi, inascoltata da psichiatri e familiari, sfiancata dal confronto con l'alterità: l'alterità del genio, l'alterità delle donne, l'alterità della norma. "A ogni alba" Bianca deve "fare i conti con la malattia: me".

"Ne ho vissute proprio molte di cose, tutte uguali però, una panoplia di illusioni, una galleria di specchi che franano. Chissà poi cosa cercavo negli altri che non sono riuscita a trovare in me stessa".

Quando si stenta a riconoscersi, quando ormai ci si è posti una domanda che non si può più ignorare, quando si commette l'errore più grande, quello di illudersi di poter "coincidere realmente con la propria individualità" si finisce col vivere sostituendo un'ossessione con un'altra. Sfuma il confine tra l'amore per l'altro e l'affermazione di sé.

"Desidero essere lui, e l'ha capito sin dal momento in cui gli ho rivolto la parola. Forse ha pensato di fottermi alla grande. Sono certa che ci riuscirà. Non abbiamo messo in conto che ci fotteremo entrambi in questa insensata sfida".

Quando si è "stanchi di essere salvati" l'alternativa potrebbe essere quella di combattersi. L'alternativa potrebbe essere quella di scriversi. In questo, scrivere diventa quell'azione di forza, quell'atto contro di sé cui si è appena accennato. Non tanto la discesa nel proprio abisso - che è un viaggio del pensiero - quanto la riesumazione del corpo a noi stessi parzialmente sconosciuto che giace sul fondo: la sua esposizione o, più precisamente, la sua ricostruzione in forma scritta; la sua pubblicazione.