Sulla quarta corda

Rivista di scrittura in verticale

Lui disse, io feci

 

Antonella Dilorenzo

Il 7 luglio del 1996 fu il mio ultimo giorno di libertà. L’indomani sposai Giovanni: trent’anni, alto, bruno, muscoloso, mani provate dal lavoro di operaio edile, virile. Il mio uomo. Più affascinato dalle sue radici meridionali e dai racconti contadini di suo padre, che da una donna, a meno che quella femmina non fosse stata il congegno perfetto da maneggiare per mettere su famiglia. O così credevo.

Il ricevimento fu smisurato in tutto: un pranzo lungo dieci ore in cui bastava ingozzarsi per essere felici, addobbi pacchiani in ogni dove, una coda volgare di gente che donava agli sposi buste contenenti danaro come se fossero pizzini mafiosi. E una famiglia – quella di Giovanni – indecorosa sia nei toni che nei contenuti dei messaggi scambiati, da un tavolo all’altro, tra urla e risate sguaiate. Nessun contegno. Ma non mi pesava la loro natura poco borghese – d’altronde anche Giovanni era così –, mi sembrava l’innocua spigliatezza di una famiglia popolana. E mi piaceva.

La festa del nostro matrimonio fu, a detta dei parenti di Giovanni, “Un sogno! Indimenticabile!”, tanto che ancora oggi, nonostante tutto, si rispolverano episodi accaduti in quell’interminabile 8 luglio 1996, che mi rese la sposa più illusa di tutte le favole d’amore.

Se ne dissero tante quel giorno: “Io Giovanni, prendo te Luisa come mia sposa”, e altre idiozie da felici immaginari, che hanno il sapore dell’eternità.

“Finché morte non ci separi”, lui disse. Io feci lo stesso.

“Balliamo?”, lui disse per tutta la durata del ricevimento, io feci quello che fanno tutte le spose: ballai.

Quando sua sorella Rosetta e suo cugino Evaristo mi sfilarono Giovanni dalle braccia per coinvolgerlo in un twist, ne approfittai per sedermi e riposare le caviglie. Non ero abituata ai tacchi molto alti e, mentre massaggiavo le articolazioni per defaticarle, pensai al giorno in cui comprai quelle scarpe bianche.

Un mese prima avevo varcato la soglia del negozio da sola: nessuno della mia famiglia scelse di accompagnarmi a fare compere per il matrimonio perché tutti contrari a quella unione. Fu così che mi ritrovai con gli occhi avidi della commessa puntati addosso, e impalata davanti a decine di scarpe bianche: con il tacco a spillo, con il tacco alto ma largo, con il tacco bassissimo, con il mezzo tacco stretto e il mezzo tacco largo, molto indecisa sull’altezza da acquistare. Ne uscii irresoluta e a mani vuote seguita dal livore della commessa che mi voltò le spalle senza salutarmi. Ci tornai intimidita nei giorni a venire, a decisione presa dopo il consulto con Giovanni: “Tutte le spose hanno il tacco molto alto e tu, poi, sei bassina. Sì, meglio il tacco più alto”, lui disse. Io feci ciò che pensai fosse più giusto fare: quello che disse Giovanni.

Com’era bello lui, e com’ero appagata e stordita il giorno del mio matrimonio. Ci vollero solo sei mesi per conoscerlo, avvicinarmi, innamorarmi e modellare un ricevimento esagerato.

“Ho 30 anni, ho aspettato la donna della mia vita per molto tempo e voglio che sia il matrimonio migliore che la mia famiglia abbia mai organizzato. Devono rimanere tutti a bocca aperta!”, lui disse. Io feci quello che ritenevo più consono: seguirlo nelle sue aspettative. Se lo meritava, Giovanni. Un tradimento alle spalle, una famiglia povera, un lavoro faticoso. Il mio uomo si meritava una sposa per la vita.

Ancora oggi, però, ricordo quel giorno: il 7 luglio 1996, il mio ultimo giorno di libertà. E lo sento il suo sapore vigoroso ed essenziale svolazzare via; e lo lascio andare amaramente con la stessa consapevolezza e il piacere finale che si prova sciogliendo in bocca l’ultimo quadratino di cioccolato rimasto in dispensa, bevendo l’ultimo sorso di caffè, inghiottendo l’ultima forchettata di spaghetti al pomodoro.

“Siamo marito e moglie adesso, e io sono l’uomo di casa. Il tuo uomo!”, lui disse orgoglioso appena rientrati dalla festa di matrimonio, chiudendo la porta del nostro primo appartamento in affitto a Bari. Io feci un sorriso e annuii. Mi sentivo protetta.

Quella porta fu il cancello delle quattro mura di una cella casalinga in cui rimasi rinchiusa per tredici anni ricordando spesso il 7 luglio del 1996.

Dopo due mesi rimasi incinta. Ne fui contenta, ma allo stesso tempo spaventata.

“Bene, diamo la notizia a tutta la mia famiglia. Finalmente capiranno chi è il primogenito e quanti figli sfornerà. E sarà un maschio, lo sento!”, lui disse questo, io feci una smorfia. Non ero d’accordo, ma bastarono i suoi occhi stretti a fessura a obbligarmi tacitamente all’accettazione della sua scelta. Ero in disaccordo, ma non fiatai. Una donna sa che bisogna aspettare, una donna non vuole la responsabilità della notizia per un ritardo di un solo mese e un test di gravidanza positivo.

Ma lui si pronunciò, io feci quello che disse.

Nacque un maschio, Francesco.

Dopo due anni rimasi di nuovo incinta. Questa volta lo avvisai al terzo mese concluso. Andammo insieme a fare un’ecografia. Era una femmina. Uscimmo dallo studio del ginecologo. Aveva il broncio e, mentre non fiatavo cercando la risposta nei suoi occhi, lui disse: “Devi abortire, avremo solo figli maschi”.

Lui disse così, io provai a ribellarmi. Tornammo a casa e misi Francesco a letto. Provai a riaprire l’argomento, ma lui disse: “Devi abortire, non farmelo dire ancora”. Io feci il tentativo di dirgli di no, lui disse: “Ti pianto un ceffone in faccia. Domani vai a chiedere informazioni al medico e abortisci”. Io feci ancora una volta il tentativo di dirgli no e spiegare le mie motivazioni piangendo, ma lui disse: “Ti faccio abortire con un calcio nella pancia, lo sai?”. Io feci la donna ubbidiente e andai in camera da letto a sfogarmi, soffocando il pianto e le urla nel cuscino per non farmi sentire dal piccolo. Lui arrivò con falcate perentorie e mi tirò uno schiaffo in faccia, e poi il secondo, il terzo, un pugno nella pancia e un secondo pugno in faccia. “E ora dimmi se non devi abortire”, lui disse.

Io feci un ultimo tentativo: cercai di scappare, ma mi rincorse, mi prese per la vita e mi scaraventò per terra in cucina. Chiuse la porta della cameretta per non svegliare Francesco e mi picchiò forte. Molto forte.

Non ci volle nemmeno un consulto del medico per abortire.

Lui disse di farlo, io lo feci. Involontariamente.

Quando rimasi per la terza volta incinta, non lo informai fino all’ecografia che mi svelò il sesso. Fu così che negli anni successivi partorii altri due maschi e abortii per altre due volte senza nemmeno annunciargli la gravidanza, senza nemmeno comunicare la morte volontaria dei miei due feti. A sesso femminile corrispondeva un aborto e il tutto si svolgeva nella clinica privata in cui lavorava un mio parente a Milano. La “vacanza” in Lombardia durava qualche giorno: partivo madre, tornavo donna vuota dall’utero vuoto.

 

Lui disse: “Dobbiamo trasferirci in Germania, ho preso un appalto per la costruzione di un quartiere residenziale, durerà qualche anno”.

Io feci i bagagli, spiegai ai miei tre figli maschi che dovevano lasciare la scuola, gli amici, il nuoto, le gare, la lingua italiana e trasferirsi a 5, 7 e 10 anni in un paese straniero.

Gli altri lo accettarono, Francesco no. Il mio primogenito perse l’appetito, le emozioni, la spensieratezza, le parole.

Ne parlai con Giovanni, ma fu approssimativo e autoritario come sempre. Lui disse: “Cerca di risolvere il problema tu, prima che lo pesto di botte e gli faccio capire cosa vuol dire fare l’uomo”.

Io feci una chiacchierata, tante chiacchierate con il mio bambino. L’ultima, il giorno prima che si lanciasse giù dal balcone del settimo piano del grattacielo di Alexanderstrasse a Berlino.

Lui disse: “Questo deve rimanere un segreto, non deve uscire dalla Germania. Non deve arrivare alla mia famiglia. Siamo intesi?”.

Io feci quello che ogni mamma non avrebbe mai fatto: seppellii mio figlio, non versai una lacrima in presenza di mio marito, convinsi gli altri miei bambini che Francesco fosse caduto accidentalmente dal balcone mentre loro erano a scuola.

 

Erano passati tredici anni, ormai, da quel 7 luglio del 1996. I nostri incontri amorosi non erano più un piacere per me, ma me la facevo andare bene. Era sempre mio marito. Una sera mi toccò le cosce e il seno, e disse: “Sei diventata una vecchia, sei flaccida”. Io feci il tentativo di alzarmi dal letto offesa, ma mi bloccò per la vita sbattendomi sul materasso e costringendomi a fare sesso. Mentre mi lamentavo per il dolore di una penetrazione faticosa, umiliante e imposta, mi mise una mano sulla bocca per non farmi fiatare, e perdevo il respiro e piangevo, provavo dolore e soffrivo. Improvvisamente sentii dalla cameretta Daniele urlare: “Mamma, mamma!”. Lui mollò la presa e disse: “Continuiamo dopo”. Io feci la madre e, asciugandomi le lacrime, andai da Daniele sorridendogli con finzione. “Mamma, ho la febbre!”. Adagiai le labbra sulla fronte. Non scottava. Lo coccolai e si addormentò. Tornai a letto.

Il giorno dopo si ripeté la pantomima di mio marito: finse di rifiutarmi e poi si gettò violentemente tra le mie gambe. Daniele simulò ancora la storiella della febbre.

Dopo due mesi di astinenza e di mia illusa libertà da letto, pensai che potesse avere un’amante.

Non ci volle troppo ad avere una conferma quando lui disse: “Abbiamo messo su un cantiere a Monaco che va seguito nei weekend. Dal lunedì al venerdì non posso metterci piede. Sarà così per un po’ di tempo, non so per quanto”. Mancò molti sabati e molte domeniche.

Io feci la finta offesa, ma ogni settimana non vedevo l’ora che arrivasse il venerdì sera per vederlo partire. In quei weekend di respiro cercavo una via d’uscita da quella trappola mentale. Lasciarlo? Separarmi? Non potevo, non volevo. Era il mio uomo. Era mio marito. Nonostante tutto. E poi, non me lo avrebbe permesso.

Era domenica sera. Era il luglio del 2009. Ritornò da uno dei suoi “finesettimana di lavoro” a Monaco e mi portò in regalo un borsone di roba da lavare. Durante il rito di divisione dei panni in base al colore, controllai le tasche dei pantaloni a costine di velluto blu per accertarmi che non ci fossero cartacce o oggetti. Mi ritrovai tra le mani un biglietto per due per la Sardegna con partenza di lì a quindici giorni. Presi il biglietto, lo poggiai sullo scaffale dei detergenti. Infilai i pantaloni e il resto della roba in lavatrice, avviai il programma.

Era sempre quella domenica sera, erano passati esattamente tredici anni dalla leggerezza del 7 luglio 1996. I miei figli giocavano in cameretta, lui fumava il suo sigaro in balcone. Improvvisamente, e con estremo silenzio, rientrò in casa furtivo. Abbassò con veloce cautela la tapparella della cucina. Sudava freddo. Mi disse: “Vai in cameretta e sigilla la finestra, poi vai in bagno e fai lo stesso, io lo farò in camera da letto, e non fiatare. Non agitarti”. Io feci tutto mentre il cuore mi batteva all’impazzata e non capivo, ma sapevo: c’entrava sicuramente Monaco.

Ci incrociammo nel corridoio, lui aveva in mano una pistola di cui non conoscevo l’esistenza. Tornai da Giorgio e Daniele, e ci vollero meno di dieci secondi perché la mia casa venisse trivellata da dieci, venti, quaranta, sessanta colpi. Ci buttammo giù, non feci in tempo a riparare la testa di Daniele. Il mio piccolo stramazzò al suolo in un lago di sangue, mentre suo fratello urlava con la faccia compressa sul pavimento e con tutto il dolore del mondo.

Lui disse: “Rimanete giù”.

Lui disse: “Io li ammazzo quei morti di fame”.

Lui disse: “Sono venuti da Monaco, ’sti bastardi”.

Lui disse: “Ci è scappato un altro morto e nessuno deve sapere niente”.

Io non feci nulla. La carneficina sarebbe continuata se quelli non avessero deciso di andare a ricaricare le armi. O almeno credo.

Lui disse: “Dobbiamo andare via”.

“No, non lascio Daniele qui, no, no, no!”. E mentre piangevo un altro figlio morto, e combattevo già il mostro traumatico che si stava avviluppando nell’animo dell’ultimo maschio rimastomi, lui disse con fredda leggerezza: “Non c’è più niente da fare, è morto”.

Il telefono di casa squillò. Lui raggiunse il ricevitore strisciando per terra. Ansimava, ma aveva ancora la pistola tra le mani. Una donna urlava in tedesco, io tremavo. Lui calmava lei, e mio figlio Daniele era carne e sangue sul pavimento. Lei continuava a urlare, credo piangesse. Lui la calmava, ansimava e noi eravamo inermi e sconfitti tra carne e sangue, carne spappolata di un amore grande morto sul pavimento. Lei continuava a urlare e lui le parlava in tedesco, ma bestemmiava tra sé in italiano: “Cristo! Come l’hanno saputo ’sti morti di fame?”.

Non potevo parlare, ma potevo pensare.

E pensai sul serio che avesse scelto la donna sbagliata, nel momento sbagliato di una vita sbagliata. Come la sua, anche la mia.

Per quel poco che capivo della lingua, gli sentii pronunciare le parole “Meine Liebe”. Due sole parole che mi svegliarono dal coma, mi resero consapevole degli anni persi della mia vita, di quanto quel 7 luglio 1996 fu il mio ultimo giorno di libertà, e di quanto il mio terzo figlio maschio stesse morendo dentro insieme ai suoi due fratelli svaniti in un istante. Quell’uomo era stato il mio boia. Il boia dei miei figli.

Lasciai Giorgio tremante accanto al corpo del fratello in cameretta. Lui era ancora in contatto con la donna sbagliata. Strisciai in cucina e approfittai della concitazione al telefono per sfilargli la pistola dalle mani. Mi alzai in piedi. Gliela puntai contro.

Senza pensare. Animalescamente fredda.

“Che cazzo fai? Metti giù quella pistola, subito!”, lui disse lasciando scivolare la cornetta.

Ci volle un istante perché anche lui diventasse carne e sangue. I proiettili lo colpirono al centro del petto, e poi alla pancia, alle gambe e alla testa.

Era il 7 luglio 2009.

Lui disse: “No, non sparare”, io feci quello che lui non disse.