Sulla quarta corda

Rivista di scrittura in verticale

Coda di lucertola

 

Lucrezia Pei e Ornella Soncini

A metà preparazione mi taglio, proprio in mezzo al palmo.

«Mettici più caciocavallo, ’ammamma, che ci rimane ’sto pezzettino, va a male e poi, che si fa, lo buttiamo…».

Ho posato la polpetta di riso e preso il formaggio; con una mano tenevo e con l’altra affettavo ma dall’ultimo incidente, se penso a stare dritta, poi non mi rispondono le dita.

Sento che brucia. Quando guardo giù, c’è una ferita. Non esce sangue, si richiude molto in fretta.

Mia madre non si accorge di quello che mi sta succedendo. È di spalle, indica dove mettere gli arancini già impanati mentre sta attenta alla frittura con le zie.

Aggiungo il formaggio, compatto il riso, poso l’arancino sul piatto grande e sono già guarita. Però mi costa. Subito dopo il taglio, ho sentito che non riuscivo a tenermi in piedi come prima. Ora è più scomodo. Mi si piegano le ginocchia e le gambe si allargano un po’ sotto di me. Alla fine mi si apriranno le ossa, e allora potrò solo strisciare.

Vorrei sedermi, ma non c’è una sedia libera. Almeno fa abbastanza caldo. Preferivo stare dietro alla padella, per essere più vicina al fuoco. Non mi offro di farlo, perché penso che non ci riuscirei.

 

Sempre più spesso mi perdo qualche pezzo. In un angolo, guardo mia madre e le sorelle che apparecchiano la tavola. Non badano più a me. Ormai mi muovo così zitta che è difficile sentire i miei passi e parlo così poco che si saranno scordati la mia voce.

Non mi fa tristezza. Perdo e lascio andare.

Finché sono al sicuro non mi importa. Ma quando sono fuori capisco che mi osservano, che il pericolo mi trova più facilmente. Esco poco dal mio terrario: secondo me lo sentono, che sotto questa pelle c’è roba che si mangia.

 

C’è stata quella questione, qualche tempo fa. Mi ero allontanata dalla città per starmene per i fatti miei. D’inverno alle villette non ci rimaneva nessuno, ma lo sconosciuto c’era venuto lo stesso. Forse per far prendere aria alla casa al mare di qualche dottore che svernava rintanato nell’entroterra.

Quando avevo capito che lo sconosciuto mi seguiva, ero rimasta immobile. Forse si era visto nei miei occhi e gli avevo riflesso la sua fame. Aveva iniziato a darmi la caccia come un gatto di cortile.

Alla fine gli lasciai la gamba. Fece male, ma non troppo. Decisi di perdere quella che mi era caduta quando l’anno prima ero stata investita da un’auto. Dato che la gamba era ricresciuta bene scelsi di perdere quella, sicura che in poco tempo sarebbe rispuntata.

Era bastato volerlo: si era staccata senza una goccia di sangue. Separata da me, la gamba mozza aveva continuato ad agitarsi. Non ci stava a far la brava, avrà avuto paura anche lei.

Su un piede solo, la presi con entrambe le mani e la misi ben stesa per terra, in un angolo dove sapevo che sarebbe passato il cacciatore. La mia gamba nervosa era nuda, scivolata via dalla gonna. Al piede erano rimasti calzino e scarpa da ginnastica. Sembrava la gamba tesa di una ragazza seduta in una chiazza d’ombra: che ne sapeva, quello, che era staccata dal resto.

Zampettando, mi trovai un riparo.

Le urla arrivarono presto e ancor prima si allontanarono.

Saltellai fino alla gamba ancora calda per recuperare calzino e scarpa, sollevata di essere viva. La gamba la buttai in un cassonetto vicino. Tanto mi sarebbe ricresciuta; ma qualcosa lo avevo comunque perso. Mia madre e sua sorella minore mi passano vicino ronzando. Sento che nominano Ture.

 

Mia madre dice che l’ha incontrato mentre andava a comprare da mangiare, che finalmente si è trovato la zita.

A quel nome, dentro non si muove nulla. Ormai succede qualcosa solo quando ho paura, o fame, o sono fertile.

A Ture piacevano i miei occhi neri e tondi, con le pupille tanto grandi.

Così mi aveva detto nel periodo degli amori.

«Io ti amo. Sei bella, c’hai gli occhi belli».

Però era tardi. Stagioni prima le sue parole mi avrebbero toccato, forse. Invece gli ero strisciata via, lontana da lui e dal suo sentimento.

Non eravamo proprio amici con Ture, ma quasi. Era stato un ornamento del giardino della signora Linuzza per tutte le estati della mia vita. Poi si era fatto sempre più alto, un gigante per me, e quando erano iniziate le cacce agli animaletti in mezzo all’erba ero sparita dalla circolazione. Mi veniva da scappare via. Io sono rimasta bassa, piccola, con la psoriasi. E con occhi scuri, pupille grandi e nere.

Forse l’avrei accettato, Ture, se non fosse successo quel fatto con lo sconosciuto alle villette. Ormai non mi interessa più tanto delle parole: voglio altre cose, cose da documentari del primo canale: un maschio che mi prende per i fianchi, mi morde la nuca per tenermi ferma e mi entra dentro, accoppiandosi così come deve essere.

Ture si trasferisce al Nord, con la sua compagna. Non mi dispiace non vederlo più.

 

Al Nord ci sta parte del mio nucleo. Certe volte scendono. Oggi è festa e siamo tutti insieme. Da loro c’è meno sole, ma riescono lo stesso a riprodursi in fretta: quasi sempre, quando tornano, c’è un nuovo piccolo. Raccontano che si accoppiano con più compagni e mi sembra una buona strategia per continuare la specie, dato che ne viene solo uno alla volta. Poi c’è Giorgio, che non ha piccoli e si sceglie anche i maschi. Se era un altro gli facevano un sacco di storie, ma lui è San-Giorgio che ha fatto il miracolo.

Me lo ricorda sempre, che se non era per lui… E io annuisco perché ho capito che è una cosa che gli fa piacere. Me lo ha ridetto pure stasera, e intanto si masticava un arancino. Gli altri lo hanno sentito, lo hanno chiamato San-Giorgio e hanno riso.

Io e mia madre non ci siamo ancora sedute. Ci infiliamo tra poltroncine di plastica e muri sbucciati, portando piatti, cambiando posate, versando da bere. Secondo lei, io mi muovo troppo lentamente. Se fossi a quattro zampe correrei sotto gambe di tavolo e sedie così veloce che nemmeno mi vedrebbero.

Ogni volta che gli passo accanto, Giorgio mi fa un sorriso segreto che non ricambio. Credo, da tempo in verità, che gli piacerebbe accoppiarsi con me, anche se siamo dello stesso nucleo. Prima mi faceva schifo, ora non mi importa. Quasi mi va, quando sono in calore.

Mia nonna ci vede da un occhio solo ma, adesso che sono vicino a Giorgio, lei ci fissa, prende un respiro e tremante gli posa le dita scheletrite sulla spalla: «Bello San-Giorgio, ’anonna».

Mia madre si asciuga sempre gli occhi quando le riviene in mente, che stavo per estinguermi prima del tempo; mio padre caccia via il pensiero con una mano, come per allontanare una mosca. Una delle tante tradizioni del nostro nucleo. Io rimango zitta. Anche se è una bugia, il fatto di San-Giorgio che uccide il drago.

Se ne sono andati tutti a mare.

Ormai staranno sdraiati al sole. Pure io, ma in terrazzo. E ripenso a San-Giorgio. È che ora sono fertile. Quando capita ho bisogno di una monta. Ma sono qui da sola e rimango a soffrire perché mi manca un maschio. Non mi posso offrire, deve farlo lui. E c’è anche la questione dello stesso sangue: ho bisogno di piccoli sani.

Non come me, che ero sempre malata. Anche quella volta che San-Giorgio ha sconfitto il drago. Ultimamente ci ripenso spesso, me lo rivedo nella testa e sempre da fuori.

Vedo me nel letto, con i capelli sulla faccia e la bocca aperta, un filo di bava secca dall’angolo delle labbra al mento. Vedo una mossa nella penombra, veloce, sul soffitto. Vedo che sento l’impatto della lucertola che mi cade sulla guancia. Vedo la mia faccia sorpresa e assonnata. Vedo i miei occhi che si spalancano, sento l’urlo che mi riempie la gola. Vedo che arriva San-Giorgio, capelli bagnati e costume rosso a righe, che si ferma sulla porta. Vedo e sento che ride. Vedo che la lucertola ha abbandonato la coda, che ora si dimena a un soffio dal mio naso, che mi solletica una narice gonfia di moccio. Vedo e sento che piango lacrimoni e tossisco mentre la lucertola mi sguscia tra le labbra. Non la vedo più, ma ricordo che mi guizza sulla lingua. Vedo San-Giorgio che capisce: soffoco. Vedo e sento che smette di ridere. Vedo che in un attimo è al mio fianco, mi ficca due dita in bocca e le muove alla cieca. Vedo che mi acchiappa la lingua. Vedo che mi lacrimano gli occhi e mi cola il naso. Vedo che non vede niente. Vedo che lo allontano con una spinta che lo manda a sedere per terra. Vedo che tossisco, sputo solo saliva, mi raschio la gola, inghiotto.

Poi, San-Giorgio aveva guardato se stavo bene, bianco e rosso come il suo costume. Dopo aveva annusato l’aria: me l’ero fatta addosso. Lui aveva raccolto la coda sul cuscino tra pollice e indice, indifferente. Mi aveva dato uno sguardo di avvertimento, ed era andato di sotto a chiamare la madre col suo trofeo. San-Giorgio che ha sconfitto il drago. Io ancora sul letto in una pozza calda, a bocca serrata; la lucertola che mi scendeva giù per la gola fino allo stomaco.

 

Dopo non ho avuto gli orecchioni, la varicella. La febbre, un raffreddore. Non ho preso nessuna malattia dagli altri, quelli che stavano con me fuori dal mio terrario. Scuola. Chiesa. Giardini.

Mia madre, che è quella a capo di questo territorio, si preoccupava. Io sono venuta da un suo uovo, ma non siamo più della stessa specie. Lei sanguina, perde peli e niente dentro di lei le dice di farsi un lungo sonno ai primi freddi. Anche gli altri sono così.

Presto dovrò abbandonare qualcosa, me lo sento.

Gli altri un giorno scopriranno la mia pelle floscia, vuota come un guscio rotto. Non si muoverà, niente respiro e niente battito, e crederanno che sono morta.

E invece no.

 

 

Io sono…?

 

 

Notte. Freddo. Letto. Pelle. Morta. Giù. Pavimento. Aria. Vibra. Ali. Apro. Bocca. Aria. Vibra. Zzz. Fame. Scatto. Bava. Ali. Zampe. Sangue. Bocca. Mmh. Chiudo. Spezzo. Inghiotto. Risalgo. Muro. Nero. Sonno… Sveglia. Luce. Calore.

Finestra. Persiana. Spiraglio. Sguscio.

Muro. Tetto. Tegola.

Sole.

Vibrazione. Passi.

Vibrazione. Brusio.

Vibrazione. Urla.