Sulla quarta corda

Rivista di scrittura in verticale

Una coppia

 

Davide Rissone

*Nota di scouting: il testo è tratto dal romanzo A debita distanza, in fase di lavorazione e in attesa di un'eventuale pubblicazione (contatti: sullaquartacorda.rivista@gmail.com)

Il giorno 2 ottobre, alle ore 2:30

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

non voglio sia un finale. Non ho gli strumenti in questo momento per lottare come sarebbe giusto fare, ma ciò non significa che io lo accetti. Dammi dell'altro tempo, ti scongiuro.

È vero, ho cambiato idea innumerevoli volte, ma non per questo d’ora in avanti resterò ferma per sempre. Non posso ricondurti a una regolarità. Proprio la tua unicità mi rammenta quanto la vita, nel suo oscuro manifestarsi, possa essere meravigliosa. Non voglio regolarizzarti, ti voglio così, perché, come hai detto tu una volta, “sei un privilegio di cui ho goduto e spero di godere ancora”.

Mi spaventi. Prima di te, non avevo mai incontrato qualcuno che capisse il mio bisogno di stare da sola, il mio disinteresse per le cene, gli aperitivi, le feste e qualsiasi altra forma di interazione cui mi dovrei costringere.

Resta, rimani nella mia orbita un altro po’, non ti chiedo altro, ma questo devo chiedertelo. Non ti sottrarre così in fretta alla meravigliosa deformazione spazio-temporale che abbiamo creato turbando l’ordine del reale. Dell’ordine, io non so che farmene. Ti necessito. Sono egoista, ma ti voglio.

Perciò, non sparire. Ti va?

Non immagini quanto sia stato importante per me leggerti stanotte, come lo è stato conoscerti e trascorrere del tempo con te. Ne voglio ancora. Lunedì mattina, ci vediamo? Prima che tu parta. Buon risveglio.

p.s. Io e te faremo l’amore nel modo più bruciante possibile, e che il mondo intorno crolli pure, si riduca a inutile pulsare, in una parola si fotta!

Un bacio

Alice

 

 

Il giorno 8 ottobre, alle ore 9:00

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

ho visto una sua foto. Dio mio, è una bambina! Ha il viso di una bambina, e ora me la immagino come dev’essere la mattina con quel viso, come si sposta i capelli di lato e appoggia il mento sulla mano, come ti abbraccia da dietro tuffando il viso nella tua schiena… Cosa stiamo facendo? È mostruoso, dovresti lasciarmi sparire…

Alice

 

 

Il giorno 12 ottobre, alle ore 23:30

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

leggendola non ho potuto fare a meno di pensare a te…

Non c’è dissolutezza peggiore del pensare. Questa licenza si moltiplica come gramigna su un’aiuola per le margheritine. Nulla è sacro per quelli che pensano. Chiamare audacemente le cose per nome, analisi spinte, sintesi impudiche, caccia selvaggia e sregolata al fatto nudo, palpeggiamento lascivo di temi scabrosi, fregola di opinioni -ecco quel che gli piace. In pieno giorno o a notte fonda si uniscono in coppie, triangoli e cerchi. Poco importa il sesso e l’età dei partner. I loro occhi brillano, gli ardono le guance. L’amico travia l’amico. Figlie snaturate corrompono il padre. Il fratello fa il ruffiano per la sorella minore. Preferiscono i frutti dell’albero traviato della conoscenza alle natiche rosee dei rotocalchi, a tutta questa pornografia in fondo ingenua. I libri che li divertono non sono illustrati. Il loro unico svago – certe frasi segnate con l’unghia o la matita. È spaventoso in quali posizioni, con quale sfrenata semplicità l’intelletto riesce a fecondare l’intelletto! Posizioni sconosciute perfino al Kamasutra. Durante questi convegni solo il tè va in calore. La gente siede sulle sedie, muove le labbra. Ognuno accavalla le gambe per conto proprio. Un piede tocca così il pavimento, l’altro ciondola libero nell’aria. Solo ogni tanto qualcuno si alza, va alla finestra e attraverso una fessura delle tende scruta furtivo in strada.

Quanto vorrei che tu fossi davvero l’opera migliore che le mie parole possono costruire, la più perfetta, quella dopo la quale potrei concedermi di andarmene senza alcun rimpianto. Ma tu sei molto di più che l’opera delle mie parole, esisti oltre gli spazi delimitati dalle lettere.

Esisti per davvero? Sei me? Io sono te?

Ho bisogno dei tuoi occhi per vedermi.

Un bacio.

Alice

p.s. Puoi inviarmi di nuovo le precedenti mail? Il mio telefono mi boicotta.

 

 

Il giorno 13 ottobre, alle ore 1:00

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S., dormo massimo quattro o cinque ore, un paio di più se la notte ho scritto. Faccio colazione, miele-marmellata-torta-caffelatte di soia; non nell’ordine e neppure tutto insieme lo stesso giorno. Se ho lezione, monto in bici, vado all’università, faccio due chiacchiere con le persone sedute vicino a me solo per non sentirmi troppo a disagio. Durante la lezione non riesco a organizzare i pensieri in forma di frasi. Allora mi sento malissimo, vorrei farcela. Mangio la pasta fredda o le verdure che mi sono portata da casa. In aula studio o in biblioteca leggo, scrivo e scarico film in spagnolo per mantenermi in allenamento. È l’unica lingua che conosco, apprezzo e comprendo oltre all’'italiano e non potrei sopportare di perderla. Quando fa buio torno a casa, cucino, o Giulio cucina per me, poi guardiamo un film. Finito ci mettiamo a letto a leggere. Io lo faccio per più tempo, finché non mi addormento.

Odio questa città, vorrei tornare in Spagna. Ci penso spesso. Ogni tanto penso anche alle mie colline, ai loro vigneti ormai quasi abbandonati. In autunno sono silenziose, in inverno immobili e in primavera e in estate vive. Detesto tornare a casa, ma è lì che si trovano le mie colline ed è lì che le mie sensazioni sgorgano il più delle volte con una forza paralizzante, ma di tanto in tanto con un vigore corroborante.

Credo che per adesso sia sufficiente così.

Tua,

Alice

 

 

Il giorno 10 novembre, alle ore 3:00

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

Mi aggrappo al tuo “sto sparendo”, nella speranza che il tempo si dilati un poco, giusto il necessario a farti giungere le mie… confessioni?…preghiere? Non ho mai pregato.

Prego adesso. Ti prego, ti supplico di smetterla di pensare che io non ti ritenga abbastanza. Sono io che sono rotta, non funziono più né come persona né come oggetto. Non so rintracciare il periodo esatto in cui è iniziato il mio sgretolamento. Sono irreparabile. Non so come aggiustarmi. Forse potevi provarci tu, a sistemare i miei ingranaggi. Non ce n’è stato il tempo e non ti biasimo se hai deciso di non concedermene altro: ne sarebbe comunque servito troppo.

In spagnolo le stelle cadenti si chiamano “estrellas fugazes”, un nome che rende con esattezza l’idea di ciò che sono: scie di luce che attraversano il cielo per un fugace istante, una frazione infinitesimale di tempo. È in quel brevissimo intervallo che si può esprimere un desiderio ed è il movimento, in questo caso quello della stella, a renderlo possibile. Ma tu ti sei fermato, non ti muovi più, non c’è più tempo per me di esprimere desideri. Mi è stato sottratto. Se lo voglio indietro? Sì, cazzo.

Non fraintendermi, non ti incolpo di nulla.

Cosa stai facendo ora?

Non me lo dirai, vero?

Già non ci sei più.

Eppure, mi sembra di percepirti ancora, lontano magari, ma non scomparso.

Non sono capace di darti delle risposte

Non sono capace di amarti come meriti

Non sono capace di non essere egoista

Non sono capace di non chiederti di restare

Non sono capace di sentire

Voglio spegnermi

O soffrire smisuratamente.

Non sono aggrappata alle mie forme, ci sto dentro perché non ho la forza di uscirne. Ce l’avrò mai? Senza di te, non ci sarà più nessuno a domandarmelo.

Domandamelo ancora.

Me lo domandi?

Capisco.

Ho rovinato tutto come sempre.

Ma addio non te lo scrivo. Ti mando un abbraccio, e un bacio.

Sempre tua, Alice

Il giorno 12 novembre, alle ore 4:15

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

come fai a leggermi dentro? Sarei onorata di poterlo fare. Non sarei riuscita a sopravvivere senza le tue parole, il nostro mondo. Quindi sì, posso e voglio farlo. Sarà l’unica cosa che mi farà sentire ancora viva per un po’. Grazie. Basta ringraziarti? Non credo, e non credo neppure di meritare l’opportunità che mi stai offrendo. Ma ne approfitto senza indugio.

Il tempo è tornato a scorrere…

Tua,

Alice

 

 

Il giorno 18 novembre, alle ore 22:45

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

non so cosa sia la fiducia perché l’ho sempre pretesa, quasi mai concessa. È probabile che non avrei permesso a quel pettirosso di avvicinarsi abbastanza e benché meno gli avrei concesso di sfilarmisi da sotto gli occhi. Ma è pur vero che lui l’avrebbe fatto comunque costringendomi a riconoscergli una certa superiorità nell’agire; come dici tu: “una decisa superiorità a suo favore circa il modo di esercitare il nostro essere vivi”. E avrei finito per invidiarlo, per la sua incomprensibile capacità di trasformare il timore in fiducia e poi in sicurezza e infine in spavalderia, al punto da ritenere praticabile il dileguarsi in silenzio.

Non ho mai pregato perché non sapevo per cosa avrei dovuto farlo, quale fosse la direzione verso cui volgere le mie richieste.

Mi manderesti qualche foto del tuo mondo, della tua casa, del tuo giardino o di qualunque altro dettaglio che ritragga la porzione di spazio su cui ti sposti?

Tua,

Alice

 

 

Il giorno 23 novembre, alle ore 1:50

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

grazie per le foto, sono stupende e profondamente tristi.

Mi ricordi come si chiama il tuo cane?

Ricambierò presto.

Come stai?

Com’è andato il concerto sabato?

Mi dispiace per il lavoro di domani. Rimani concentrato, io sono qui, non scappo.

Le domande che mi hai fatto sono troppo difficili. Se vuoi, però, posso proporti una cosa: un paio di anni fa ho scritto un romanzo. Non l’ho mai fatto leggere a nessuno.

Ti andrebbe di leggerlo? Sii sincero, non sei obbligato.

Lì dentro potrai trovare alcune risposte.

Tua,

Alice

p.s. La prossima lettera te la scriverò a mano.

 

 

28 novembre,

Caro S.,

non è per tutti, il dolore. Fuggiamo il male e la morte come fossero aberrazioni della vita e non sue costituenti al pari dell’amore, della gioia, del godimento.

Perciò diciamo quella menzogna infame secondo cui è compito dell’arte occuparsi del lato oscuro e lenire il dolore. In realtà, non esiste nulla di più realistico dell’arte; non esiste al mondo alcuna consolazione.

Se scrivo è perché sono una vigliacca.

Certo che continuerò a scriverti.

Non lo so cos’abbiamo fatto quel giorno. Ma dovevamo farlo, almeno una volta.

Tua,

Alice

 

 

Il giorno 2 dicembre, alle ore 4:20

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

il dolore che genera una persona come te necessita accoglienza incondizionata, non certo giudizi. Il tuo dolore è l’unico che posso accogliere; il mio e quello degli altri lo respingo.

Alcuni eventi narrati del romanzo corrispondono al mio reale passato, altri sono nati dal desiderio che le cose fossero andate proprio così. A Parigi ci sono stata solo una volta, a quindici anni. Sono nata a maggio. Nonostante non abbia frequentato l’asilo, sono sempre stata una bambina socievole, ma nel modo sbagliato: mi relazionavo, parlavo con gli altri, ma non poteva fregarmene di meno. Semplicemente, dovevo. Con mio fratello ho smesso da quando è stato risucchiato nel vortice della vita comune (casa, figli, lavoro). Ricordo poi un periodo in cui fingevo di volerle aiutare le persone, ma di fatto non me ne importava un cazzo, lo facevo per me stessa, sempre per noia, poiché non avevo nessuno con cui condividere un pezzetto di vita.

Con te parlare è diverso. Tu esisti a prescindere dalle mie parole, ricordalo.

Domani ho lezione.

A prestissimo.

Tua,

Alice

 

 

Il giorno 8 dicembre, alle ore 5:50

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

bellissima, non la conoscevo. Perdonami, no, non voglio smettere di sentirti. Sto aspettando una risposta definitiva. Ho passato gli ultimi quattro giorni in giro per uffici, a mandare mail, a rincorrere professori, a telefonare, e lunedì ho un esame. Ho il cervello in pappa. Ti assicuro che voglio continuare a sentirti! Devo solo trovare un po’ di tempo per pensare! Spero tu stia bene! Scusami se non ci sono stata.

Devi raccontarmi tutto quello che hai fatto.

Tua,

Alice

 

 

Il giorno 15 dicembre, alle ore 22:10

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

finalmente ti scrivo. Come stai? Ho riletto qualcuna delle tue lettere e so di essere in difetto rispetto alle domande che mi hai fatto. Ti prometto che risponderò a tutte le questioni che sono state aperte, ma non ora… ora voglio parlarti di altro.

Ieri, con mio grande sollievo, mi è tornata in mente una cosina che avrei voluto raccontarti nella prima lettera. Quando stavo con Marco, una vita fa, provavo un enorme ventaglio di emozioni di un’intensità che credevo irripetibile. Tra tutte, la sensazione a cui sono più legata e di cui ancora mi sorprendo per la nostalgia che l’accompagna, è rappresentata da quelli che all’epoca definivo “attimi di euforia”. Istanti in cui cresceva dentro di me la consapevolezza che la vita fosse bella, ma proprio bella, che tutto stesse andando per il verso giusto e che nulla si frapponesse tra me e una felicità sconfinata. Allora sorridevo come una scema. Con il tempo la frequenza delle mie euforie è diminuita drasticamente, ciononostante le ricordo come esplosioni di piacere, frutto, con ogni probabilità, dell’eccesso di serotonina in circolo nel corpo di una qualsiasi adolescente innamorata. Da anni non arrivano più. Mi sono estranee come tutti gli altri comuni piaceri che faccio fatica a tollerare per la loro disdicevole e allarmante banalità. Mi mancano. Di tanto in tanto sono felice quel tanto che basta per mettermi a scrivere.

Cosa fai nelle feste?

Io voglio stare da sola.

Tua,

Alice

p.s. Ma Sorrentino, che paraculo è? Prima gira la Grande bellezza presentandola come la rinascita del cinema italiano, quando di fatto è la brutta copia di Otto e mezzo di Fellini, poi esce Youth, una pessima trasposizione dalla Montagna incantata di Mann, peccato che non si prenda il disturbo di dichiararlo nelle interviste, e la gente manco se ne accorge, si può?

Spero di vederti presto.

 

 

Il giorno 30 dicembre, alle ore 2:50

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

perché dici che le mie tempistiche sono affascinanti?

Spero di poter approfondire presto la tua intuizione sui rimorsi/rimpianti. Forse hai ragione.

La storia che ti ho raccontato ancora mi assilla come se avesse per davvero una valenza più profonda di quanto, nel reale, abbia.

Mi spiace per ciò che mi hai scritto, se ti va di parlarne sono a tua disposizione.

Perché dubiti di quello che scrivo? Lo sai che non ti ho mai mentito. Se esprimo il desiderio di vederti presto, è la verità, nient’altro che la verità.

Un abbraccio.

Tua,

Alice

 

 

Il giorno 31 dicembre, alle ore 6:00

alice92@gmail.com ha scritto:

 

Caro S.,

mi spiace sentirti così giù. Raccontami meglio cos’è successo con questa ragazza, e a cosa ti riferisci quando parli di “scelte”. Se ne hai voglia.

Non mi disturbi affatto. Ammetto di essere rimasta colpita dal tono della tua precedente mail, ma non per questo sono arrabbiata con te.

Non credo di aver assolto al meglio al compito di rispondere alle tue lettere, per l’ennesima volta. Scusami. Forse un giorno farò meglio.

Tua,

Alice